Dolore e pandemia.

“Il dolore pro-cura la vita”.

            Il dolore è emozione per la vita.

Difficile accettare l’essenza e il senso di questa breve frase.

Eppure è così. Ascolta e guarda il pianto della creatura umana neonata.

Il suo pianto è il primo segno di vita autonoma, fuori dal grembo materno.

Proviene dal dolore del primo respiro.

Il primo respiro è come lo struscio d’una raspa, dalla gola ai polmoni, lungo i bronchi.

La gente intorno sorride soddisfatta. Ma il piccolo corpo urla di dolore. 

Qualcosa di ignoto s’è messo in moto, un singulto, e il cervello registra.

Un flusso sconosciuto entra dentro, squassa il morbido organismo, e lascia traccia.

Il corpicino tenero, staccato dalla madre, incontra l’ossigeno. Questo nutre il suo sangue.

L’indipendenza prende il suo ritmo. Il ritmo del respiro. Ritmo della vita.

Primo pianto, primo impulso nel coinvolgimento alla vita.

È la chiamata prima – fisica – alla libertà personale. Impossibile senza respiro. Impossibile senza il dolore

Movimento per la vita, perdurante fino all’ultimo respiro.

Il virus Sars-Cov-2 lo attacca direttamente.

In modo progressivo. Brutale.

Dà il doloroso allarme. Poi la vita precipita.

Il respiro normale e automatico non funziona più.

La fame d’ossigeno squassa e paralizza più che la fame di cibo.

Serve l’intervento esterno, meccanico, forzato.

Qualcuno che si prenda cura. Chi “pro-cura”.

La paura impone di correre ai ripari. La rabbia dà forza per la resistenza e la lotta.

La sofferenza spinge a far di tutto per vivere e, con accordo e aiuto medico, cerca di fermare sul precipizio di morte.

Il dolore è l’energia previa che smuove a curarsi, a prendersi cura.

Splendido quel “pro”, di pro-cura la vita, in funzione vitale.

Non è solo energia data, forza previa, esistente nella natura corporea. Essa diventa attiva in modo automatico e diretto. Subito a favore della vita. Coinvolge tutte le relazioni. Empatia o no.

“Star male non fa del male”.

Va detto. Non serve prova contraria. Bisogna tenerlo a mente e nel cuore.

Impone di rendersi conto e passare all’azione. D’occuparsi della vita resa impotente – poco o molto – così da star bene come qualche ora prima.

Il dolore/emozione avverte: qualcosa non gira più, come prima.

Non è il dolore causa della malattia, è la sua rivelazione.

L’infarto e il tumore sono eventi pericolosissimi, proprio perché non lanciano alcun segno previo di dolore. Senza l’emozione del dolore, la vita è a rischio.

Anche la malattia di Covid-19 è maledettamente subdola e diabolica.

Questo male – fisico, psichico, mentale e spirituale – fa paura. Verissimo.

Se ingiusto poi, produce rabbia reattiva, a volte fortissima.

E impone sempre di prendersi cura di sé e degli altri.

Il dolore è talmente forte, come l’amore, da smuovere il mondo. A patto che non venga negato. Ma viene però annegato, in troppi modi. E ciò produce ulteriore dolore, irrazionale e ingiusto.

Allora diventa sofferenza continua, vero e proprio peccato perverso. Va contrastata con tutti i mezzi morali e tecnici a disposizione.

Il dolore inutile e ingiusto produce morte, invece che vita.

Quando poi tale dolore è accolto e donato – paradosso divino, sul ciglio di morte – diventa onnipotente.

Come nel caso di Cristo Gesù in croce.

Lui, guaritore dei poveri, condannato a morte. E sul patibolo, costretto ad auto-torturarsi, fino all’ultimo respiro. Movimento sui polsi e i piedi, su e giù, necessario per respirare. 

Tortura simile sperimentata da chi muore colpito dal virus.

Morte atroce, come quella di Cristo. Che fu radicalmente ingiusta e prodotta con metodo infame.

Ma accettata per amore, donata per amore, ha prodotto la salvezza umana.

E “salvezza” è molto più che “salute”.

La salvezza fa mettere i piedi nell’eternità.

Val la pena esercitarsi a entrare e uscire dal dolore.

Il dolore “pro-cura” la Vita.

                                                                                                                      Gigetto

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